Monday, 19 January 2009

Autobus "atei" finalmente anche in terra italica...o forse no.

Ci sono momenti particolarmente importanti che semplicemente richiedono un nuovo post sul blog, non importa quanto sia impegnato con saggi da scrivere ed esami da sostenere. Purtroppo la notizia qui in Inghilterra, dove mi trovo al momento, mi è giunta con lieve ritardo ma colgo ugualmente l'occasione per congratularmi con l'UAAR per il coraggio dimostrato nel dar vita alla campagna sociale in questione e per esprimere il mio cordoglio per il (rinnovato) trapasso della libertà di espressione in Italia.

Pare infatti che non avremo, almeno per ora, "ateobus" a Genova o in altre città italiane. Questo perché la IGPDecaux, società che gestisce gli spazi publicitari sugli autobus in questione ha negato all'UAAR la libertà di parola e agli italiani la libertà di pensiero, senza dubbio sotto forti pressioni da parte della curia genovese. Riportando dal sito dell'UAAR:

La concessionaria di pubblicità IGPDecaux ha comunicato le motivazioni alla base della decisione di non accettare la pubblicità degli autobus UAAR “in base al combinato disposto dell’articolo 10 e 46 del Codice di Autodisciplina Pubblicitaria“.

Tale Codice recita:
Art. 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona
La comunicazione commerciale non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose dei cittadini. Essa deve rispettare la dignità della persona umana in tutte le sue forme ed espressioni.
Art. 46 – Appelli al pubblico
È soggetto alle norme del presente Codice qualunque messaggio volto a sensibilizzare il pubblico su temi di interesse sociale, anche specifici, o che sollecita, direttamente o indirettamente, il volontario apporto di contribuzioni di qualsiasi natura, finalizzate al raggiungimento di obiettivi di carattere sociale.
Tali messaggi devono riportare l’identità dell’autore e del beneficiario della richiesta, nonché l’obiettivo sociale che si intende raggiungere.
I promotori di detti messaggi possono esprimere liberamente le proprie opinioni sul tema trattato, ma deve risultare chiaramente che trattasi di opinioni dei medesimi promotori e non di fatti accertati.
Per contro i messaggi non devono:
sfruttare indebitamente la miseria umana nuocendo alla dignità della persona, né ricorrere a richiami scioccanti tali da ingenerare ingiustificatamente allarmismi, sentimenti di paura o di grave turbamento;
colpevolizzare o addossare responsabilità a coloro che non intendano aderire all’appello;
presentare in modo esagerato il grado o la natura del problema sociale per il quale l’appello viene rivolto;
sovrastimare lo specifico o potenziale valore del contributo all’iniziativa;
sollecitare i minori ad offerte di denaro.
Le presenti disposizioni si applicano anche alla comunicazione commerciale che contenga riferimenti a cause sociali.

Adesso, che l'Art. 10 non sia applicabile alla campagna UAAR lo capirebbe anche un bambino di sei, in quanto i messaggi sociali proposti dall'associazione non includevano alcun invito ad iscriversi alla stessa o a contribuire economicamente ad essa. Per quanto riguarda l'Art. 46, non posso che sperare che tutte le emittenti televisive comincino ad applicare un simile codice di comportamento per quanto riguarda gli spot pubblicitari che mandano in onda. In quel modo potremmo finalmente dire addio alle odiate pubblicità sull'8x1000 all'ugualmente odiata Chiesa Cattolica, in quanto essi senza dubbio sfruttano "indebitamente la miseria umana nuocendo alla dignità della persona" e sovrastimano "lo specifico o potenziale valore del contributo all’iniziativa."

Inoltre posso dire di conoscere personalmente persone che senza dubbio hanno sentito, in innumerevoli occasioni, le loro "convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona" polverizzate da esempi di comunicazione commerciale senza dubbio discutibili in gusto e intento. Tali pubblicità sono tuttora visibili su mezzi pubblici presenti sull'intero territorio nazionale. Non mi sento neanche obbligato a riportare esemi specifici. Scegliete una pubblicità a caso e state pur certi che almeno una volta quella pubblicità avrà insultato qualcuno.

E che rispondere a coloro che ritengono la campagna dell'UAAR come "l'ultima delle provocazioni contro la Chiesa Cattolica?" Piuttosto triste che i media debbano dare anche in questa occasione un tale esempio di inveterato servilismo nei confronti di una monarchia assoluta, di uno stato straniero a cui permettiamo di interferire con la vita politica e sociale italiana. Esattamente quale parte del testo pubblicitario proposto dall'UAAR:
«La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona, è che non ne hai bisogno»
faceva menzione della Chiesa Cattolica? Il fatto che l'Italia sia un paese a maggioranza cattolica fa necessariamente di ogni attacco logico, filosofico, scientifico e puramente razionale contro la semplice nozione di un essere supremo un attacco contro la Chiesa Cattolica? O si tratta più semplicemente di quello, di una critica alla pura idea di dio e ai devastanti effetti che essa ha avuto nella storia umana e nel nostro presente, non solo a livello globale ma anche a livello strettamente individuale? Consiglierei al pontefice e al suo club un po' di sana modestia - lo ammetto, piuttosto difficile aspettarsene da coloro che hanno la pretesa di essere rappresentanti in terra di una divinità la cui esistenza non è mai stata provata nonostante millenni di tentativi.

C'è da dire che forse l'UAAR il suo risultato lo ha raggiunto ugualmente e che tutta l'attenzione mediatica a livello nazionale potrebbe aiutare la giusta causa dell'incredulità e dello scetticismo molto più di quanto un paio di cartelloni nel capoluogo ligure avrebbero potuto fare. Resta tuttavia il fatto che l'Italia non potrà mai e poi mai considerarsi un paese moderno finché la libertà d'espressione continuerà ad essere repressa dalla paura della maggioranza dominante di contemplare la possibilità che si stia sbagliando.

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